IL LAZZARETTO DI CAGLIARI

Il Lazzaretto era un luogo preposto al ricovero in quarantena di uomini, merci e animali provenienti da paesi in cui erano diffuse epidemie di peste, colera, tifo, vaiolo, lebbra, o qualsiasi altra malattia contagiosa. Queste pestilenze, infatti, erano particolarmente frequenti e si verificavano all'incirca ogni 30 anni, decimando la popolazione. A Cagliari si ricorda soprattutto quella del 1655, la cui conclusione fu attribuita all'intercessione di Sant'Efisio, ringraziato con l'istituzione della festa che, a partire dal 1657, si celebra ogni anno dal 1 al 4 Maggio.
L'imperversare di queste epidemie e di conseguenza il tentativo di arginarne la diffusione, sono la probabile dimostrazione che la scelta del sito di Sant'Elia non fu casuale. Infatti, il luogo, abbastanza lontano dalla città, pressoché disabitato e cosparso di fortificazioni, aveva le caratteristiche idonee per ricevere malati in isolamento e quarantenati.
Dai documenti conservati all'Archivio di Stato di Cagliari si apprende che il primo nucleo dell'impianto risale al ‘600, come attesta lo stemma marmoreo collocato sopra l'ingresso, rappresentante la città di Cagliari fra i pali di Aragona. Sembra che allora l'edificio fosse formato da un lungo e stretto magazzino coperto per le mercanzie, da due stanzette dove venivano ospitati gli uomini e da un muro di cinta molto ridotto e basso.
Il dilagare delle epidemie ed i conseguenti problemi di spazio resero indispensabili degli ampliamenti alla struttura nonché la creazione nelle aree attigue alla stessa, di fosse comuni destinate a ricevere i defunti. Fu per questo motivo che nel 1720, Vittorio Amedeo II trasformò il primo nucleo del lazzaretto, composto da “meschinissime case” in un ospedale per malattie contagiose ed emanò un regolamento che, attraverso una serie di norme anticontagio, era atto alla conservazione della salute pubblica.

La gestione del lazzaretto era affidata alle cure dei monaci e ad un équipe di medici. Inoltre, per circoscrivere le regioni colpite dal morbo contagioso, venne disposto un “cordone sanitario” formato da militari e civili, i quali, infliggendo ai contravventori severe condanne, fra cui la pena di morte, garantivano l'osservanza di tutte le disposizioni citate. Purtroppo, però, queste precauzioni unite a delle carenti condizioni igieniche e a pratiche mediche inefficaci non solo non arginavano le epidemie, ma anzi in alcuni casi ne favorivano il contagio, pertanto la maggior parte dei ricoverati moriva, mentre sopravviveva solo chi era sano o chi aveva un fisico molto forte.
Agli inizi dell'800 l'imperversare di nuove pestilenze ripresentò il problema dello spazio all'interno del lazzaretto, e per questo motivo furono predisposti altri ampliamenti. La struttura che oggi vediamo, anche se debitamente restaurata, è quella risalente agli ultimi ampliamenti del 1835. Ma nonostante questi ampliamenti lo spazio rimase sempre insufficiente rispetto al numero delle persone ospitate. A sperimentare di persona le carenze igienico-sanitario del lazzaretto furono, tra gli atri, anche alcuni personaggi illustri, come il canonico Giovanni Spano, che nel 1837, di ritorno dalla città di Napoli dove infuriava il colera, fu internato in condizioni quasi di prigionia dal 2 settembre al 12 ottobre in un sotterraneo a forma di botte che egli definì “la botte di Diogene”.
Nell'ultimo scorcio dell'800 il diminuire delle epidemie e l'affermarsi di una nuova coscienza sanitaria determinarono l'accantonamento della pratica della quarantena come mezzo di profilassi, e pertanto la chiusura dei Lazzaretti. Anche quello di Sant'Elia subì ovviamente la stessa sorte e venne adibito ad altri usi.
Nel secondo dopoguerra si animò di una nuova umanità costituita dagli sfollati provenienti dalle grotte di Bonaria, e da numerose famiglie che diedero vita al primo nucleo del quartiere di Sant'Elia.
Negli anni cinquanta il Lazzaretto venne abbandonato.
Il lazzaretto rinacque a nuova vita solo nell'ottobre del 2000, in occasione dell'ormai nota manifestazione annuale “Monumenti aperti”, dopo un'impegnativa opera di restauro diretta dall'architetto veneziano Andrea de Eccher.
Oggi il Lazzaretto è una moderna struttura polifunzionale che ospita una mostra permanente sul restauro del Lazzaretto stesso, sale espositive destinate a mostre temporanee, una mediateca, un'ampia sala convegni, un punto di ristoro con suggestiva terrazza ed un ampio chiostro destinato, nel periodo estivo, a manifestazioni di carattere culturale.
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